Cronache da Nairobi: dietro la perfezione-perversione della discarica

Ci sono cose che si realizzano completamente solo quando si torna. Nella propria casa, con le proprie abitudini, le stesse abitudini che un po’ ci mancavano quando eravamo là, e che ci sembrano così inutili quando le riprendiamo. Ci sono cose che si realizzano quando torniamo nel contesto dove siamo cresciuti. Perché arriva un momento in cui dobbiamo accettare l’idea che, anche se con quei bambini ci sentivamo un po’ a casa, anche se abbiamo permesso che quell’universo ci assorbisse completamente, la realtà è che veniamo da un mondo diverso. Abitiamo in un mondo che funziona con regole che là non solo non valgono, ma nemmeno esistono. Al mio ritorno questa rivelazione mi ha colpito come uno schiaffo più forte del previsto. Sapevo sarebbe stato strano tornare dopo quello che avevo visto, fatto, sperimentato, dopo le innumerevoli conversazioni, ma non immaginavo che sarebbe arrivato un momento in cui tutti i pezzi di puzzle che avevo collezionato in un mese si sarebbero naturalmente assemblati, mostrandomi nient’altro che la realtà. Brutale, potente, viva.

Quella stessa realtà con cui ero a contatto mentre ero a Nairobi, ma che non riuscivo a vedere completamente.

La baraccopoli è l’esempio più lampante del paradigma per cui il luogo in cui nasci determinerà il tuo destino, inevitabilmente. E questo succede perché vivere e crescere in quel posto innesca un circolo vizioso che porta le persone non solo a non poter uscire da quella prigione senza mura, ma nemmeno ad avere le forze e addirittura la consapevolezza per farlo. Nel caso della baraccopoli a Nairobi le catene di quella prigione sono particolarmente soffocanti, perché a Dandora, uno degli slum più grandi della capitale, dorme un mostro silenzioso e letale. La discarica. Una catena montuosa gigante, a pochi metri dalle case, sempre se decidiamo di essere così audaci da definire case quelle costruzioni in lamiera che ospitano decisamente troppe persone rispetto al numero di metri quadri con cui approssimiamo la loro grandezza.

La discarica a Dandora è come un osservatore onnipresente, ogni tanto ti capita di contemplarla all’orizzonte, hai l’impressione che sia esistita da sempre e sempre esisterà. Cumuli infiniti di plastica, vetro, vestiti, cumuli di tutto. I suoi tentacoli possono raggiungere qualsiasi angolo, le montagne sono la sua manifestazione più ovvia, la spazzatura dietro le case, tra i vicoli della baraccopoli è la sua manifestazione più meschina, è come se esistesse per ricordarti che da lei non puoi sfuggire. Ma la discarica non è solo un arredo agghiacciante delle baraccopoli; la discarica è soprattutto un sistema economico che si autoalimenta, perfetto e perverso.

La baraccopoli è l’esempio più lampante del paradigma per cui il luogo in cui nasci determinerà il tuo destino, inevitabilmente

È una fonte di lavoro. Per molte, moltissime persone che abitano a Dandora o Korogocho andare in discarica vuol dire sperare nella possibilità di guadagnare pochissimi dollari. Ovviamente se quel giorno la fortuna gira dalla tua parte. Smistando spazzatura, raccogliendola per tipologia e portandola alla bilancia, perno del funzionamento di quell’ecosistem, anello di congiuntura tra gli sfruttati e chi ha il coltello dalla parte del manico, coloro per cui quella manodopera, costantemente ammalata, spesso minorenne, a prezzo praticamente nullo è una fonte molto comoda e conveniente. Dall’esito della bilancia dipende l’ammontare della paga, ma niente e nessuno assicura che quei soldi serviranno per dare da mangiare ai tre, cinque, otto figli a casa. Alcool e droghe sono rimedi effimeri certo, ma molto efficaci per dimenticare la fame, il dolore, la fatica, la povertà. Perché la discarica fa anche questo. Innesta un circolo vizioso talmente folle che l’unica cosa che le persone riescono a fare una volta entrate, una volta che la prigione della miseria le ha intrappolate, sempre che non ci siano nate in quella prigione, è dimenticare. Dimenticare che esiste amore, per sé stessi e per i propri figli, dimenticare che esiste speranza, dimenticare che anche loro una volta, un giorno di tempo fa, erano uomini, uomini con il privilegio di avere una dignità. Uomini con il lusso di esercitare la propria umanità.

La discarica ci guardava dall’alto della sua presupponenza anche quando portavamo i bambini a giocare al campo da calcio. Guardandoli pensavo “i miei bambini”. Ingenuamente, ingannata dall’illusione che in quel mese anche noi volontari potevamo essere parte della loro realtà. Ma noi, prima o poi torniamo, loro restano. La verità è che loro non sono bambini di nessun altro che loro stessi. Il mondo in cui sono cresciuti li ha fatti nascere adulti, dietro quelle divise rosse da scolaretti si nascondono ferite profonde e invisibili, provocate da un algoritmo insolvibile che ha fatto in modo che nascessero lì, in baraccopoli.

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L’odore di spazzatura bruciata ci accompagnava sempre, a volte era una suggestione olfattiva delicata, e abituarsi era facile, altre volte era insopportabile, acre, ti perforava le narici. Noi però giocavamo comunque a calcio con loro, nel campetto. E loro, quei bambini, i miei bambini – ingenua! – sorridevano, insegnandoti con quei denti bianchi come l’avorio messi in mostra spontaneamente la lezione più straordinaria che esista.  Perché in baraccopoli esistono due alternative; la prima è fare come molti dei loro genitori. Lasciarsi vincere dal circolo vizioso, scegliere di dimenticare, e soprattutto di dimenticarsi. Prostituzione, oblio, incoscienza. Discarica. Da una parte puoi decidere di morire dentro, poi decidere di fare di quella prigione la tua casa eterna.

La seconda soluzione è aggrapparsi con tutte le forze e tutte le risorse che hai a quell’umanità che è così facile perdere, puoi scegliere la vita. In baraccopoli non ci sono mezze misure. Chi sceglie di combattere lo fa completamente, e in un modo che ti colpisce come un destro ben assestato. Perché è vero, noi a quell’universo non siamo abituati, quella miseria è qualcosa di completamente estraneo alla nostra immaginazione, finché non lo vivi, non lo vedi, non lo senti. Ma anche l’intensità della vita che ti pervade stando in mezzo a quei bambini ha del surreale. Ti prende ogni singolo nervo, ogni singola particella. È un elettroshock di vita. Perché sono proprio i bambini della baraccopoli il nucleo della speranza che qualcosa prima o poi cambierà, se loro sono abbastanza forti, se loro resistono, se si aggrappano alla loro umanità come fosse il bene più prezioso che esita.

Ma anche l’intensità della vita che ti pervade stando in mezzo a quei bambini ha del surreale. Ti prende ogni singolo nervo, ogni singola particella. È un elettroshock di vita

Pedalavo sulla mia bicicletta qualche giorno dopo il mio ritorno, ancora stordita, eccessivamente pensierosa, nel tentativo di riprendere quelle abitudini che avevo abbandonato per un mese, e pensavo che la maggior parte di esse non mi mancava affatto. Ma come sempre ci sono cose che si realizzano solo a posteriori.

Pensavo a quei bambini, con un chiodo fisso in testa. Quel paradigma: il tuo futuro è determinato dal luogo in cui nasci. Ovviamente ci sono eccezioni. Pensavo a loro, pensavo a me, all’universo in cui ero tornata, l’universo in cui sono cresciuta e a cui appartengo, pensavo all’universo a cui loro appartengono. Pensavo ai pezzi del mio puzzle, che avevo collezionato a Nairobi con l’intensità che quel posto così veloce, così caotico necessariamente ti attacca e che contrastava in modo incredibile con il viale alberato che stavo percorrendo, privo di macchine, silenzioso. È stato solo in quel momento, tornata, fuori dal mondo che avevo chiamato casa per un mese, immersa in un mondo che ho sempre chiamato casa ma che sentivo e sento ormai stretto, che quel puzzle si è completato. E ho sentito per la prima volta, completamente, la potenza dell’ingiustizia. Ho realizzato veramente, completamente, brutalmente, che nel mondo non tutti hanno la possibilità non solo di avere una vita dignitosa – doversi occupare di questo problema vorrebbe dire aver raggiunto risultati che siamo lontani dall’aver raggiunto – ma soprattutto non tutti hanno il diritto di esercitare la propria dimensione umana, nella sua pienezza, nei dolori e nelle gioie che porta con sé.

Il mio puzzle si era completato lasciandomi un grandissimo senso di impotenza. E mentre pedalavo, con lo sguardo consapevole e al tempo stesso spontaneo di quei bambini stampato in testa, con i residui dell’elettroshock di vita ancora sulla pelle, ho sentito il solletico di una lacrima che mi scendeva sulla guancia. Quella lacrima che non era riuscita a uscire mentre ero là, impassibile, ghiacciata, testimone di quell’universo perverso.

E anche se la forza di una persona da sola nel mondo è paragonabile a quella di una formica, quei bambini e quelle persone, finché non avranno un megafono per rivendicare la loro umanità, hanno diritto ad avere qualche voce che qui, nell’occidente, parli per loro.

Poi si sa, le formiche riescono a sollevare un peso molto maggiore di quello del loro corpo.

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Foto della discarica scattata dalla baraccopoli di Korogocho, Nairobi

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Scene di sport nel campo della baraccopoli di Korogocho

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Festeggiamenti degni di un goal ai mondiali

 

 

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