02/07/2016

I viaggi rientrano in quella categoria di cose per cui vale l’identità tra realtà e realizzazione. Non esistono realmente fino a quando non ti ci sei buttato a capofitto. Per renderli reali, non basta riempire la valigia fino a farla scoppiare, non basta trasformare un quaderno in un diario di viaggio scarabocchiando sulla copertina la data e la destinazione del biglietto aereo. E non basta nemmeno prenotare un biglietto aereo. Per fare in modo che quelle sette lettere acquistino il significato eternamente raccontato da generazioni e generazioni di uomini, tanto da spingerci a sceglierlo come tema di tesina di elementari, medie e perfino superiori – perché si sa, il viaggio è un tema interdisciplinare – bisogna trovarcisi in mezzo. E attribuire a quell’istante in cui i polmoni inalano aria e fragranze mai respirate, nuove, sconosciute, l’etichetta “REALTA’”, ora e adesso.

Fantastico sui significati dei viaggi sul volo Abu Dhabi-Nairobi, e ancora ho l’impressione di essere nella mia stanza. L’aria condizionata, dopotutto, è la stessa. Non realizzo ancora con esattezza il motivo che mi ha spinto a dedicare una giornata intera nel tentativo di preparare una valigia degna di essere chiamata tale, stilando una lista e spuntandola per controllare che ci fosse tutto.

Mentre gli assistenti di volo scivolano tra i corridoi esaudendo i capricci dei passeggeri, mi viene in mente una conversazione del tutto casuale che ho avuto qualche settimana fa. F. era capitata per caso seduta vicino a me e mia madre nel volo di ritorno da Parigi. Ci eravamo scontrate cercando di incastrare i bagagli a mano, puntualmente troppo grandi e numerosi per rientrare nelle cappelliere, e subito aveva conquistato la mia simpatia. Forse per lo sguardo acceso, o la parlantina impaziente. “Sapete, io, come tutti i miei amici, mi arrangio, in un modo o nell’altro. E alla fine, trovo sempre una soluzione, cioè la soluzione arriva da me, come se apparisse. La prima volta mi è capitato con la macchina. Volevo una macchina, e sapevo esattamente come la volevo, con tutti i dettagli. E un giorno ho accompagnato la mia amica, e mentre la aiutavo ho visto la macchina che volevo, al prezzo che volevo, con i dettagli che volevo, e l’ho presa senza pensarci un attimo, perché sapevo che era quello che desideravo. E da quel momento io ci credo, io so cosa voglio, e non importa quale strada prendo per raggiungerlo, ma alla fine lo ottengo. Incredibile! Bisogna fare cosi, bisogna capire cosa si vuole, ma non cercarlo esasperatamente. Solo cosi arriva. Incredibile no?”. Se qualcuno mi avesse fotografata mentre ascoltavo F. probabilmente avrei avuto un’espressione a metà strada tra l’incredulo, l’ironico, e l’ammirato. C’era qualcosa di vero nelle sue parole, ma la noiosa razionalità e la monotonia di quel viaggio low-cost di linea mi impedivano di afferrarlo completamente.

Bisogna fare cosi, bisogna capire cosa si vuole, ma non cercarlo esasperatamente. Solo cosi arriva. Incredibile no?

Ho capito il vero senso delle sue parole solo qualche giorno dopo, e insieme ad esse ho capito perché la sua effervescenza, il suo modo di affrontare la vita di petto, mi si era stampata in testa con l’inchiostro indelebile. Mi ero sentita esattamente come lei in quel giorno di un po’ di mesi fa in cui ho preso la decisione di partire per un mese di volontariato in Kenya. In quell’occasione, che adesso, nonostante sia seduta su un aereo, mi sembra decisamente irreale, avevo chiarissima la natura di ciò che volevo. Volevo prendere una scossa, volevo sentire l’elettricità sui polpastrelli delle dita. E senza pensarci due volte, ho preso il biglietto aereo, mi sono tuffata senza ripensamenti.

Riflettendoci adesso, qualche momento prima di premere il tasto “play” a questo mese, a metà tra l’incosciente e il consapevole, non ho idea di ciò che succederà durante il viaggio. Ma F. mi ha insegnato, o forse solo ricordato una cosa. Finché l’obiettivo è chiaro, e soprattutto pulsante, ci sono ben poche possibilità di non raggiungerlo. Il gioco divertente, ovviamente, sta sempre nella fase precedente. Ovvero individuarlo.

In questo caso, almeno in teoria, mi sembra di averlo centrato, l’obiettivo. Per rassicurarmi mi ripeto che la prova del nove è il cuore in gola, costantemente, e la stanchezza inesistente, proprio come quel giorno di qualche mese fa.

E comunque, lista o non lista per fare la valigia, i cerotti li ho lasciati a casa.

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