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Origini

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Il destino, o piuttosto un mix esplosivo tra indole personale e scelte più o meno consapevoli, ha voluto che non diventassi una tipa da musica. A volte però può capitare di incontrarmi con le cuffie incastrate nelle orecchie e il volume al massimo. Quando succede, quando cedo al compromesso di investire 5 minuti della mia esistenza per sciogliere i nodi degli auricolari, potrebbero esserci tre regioni.

La prima è la ricerca di un antidoto alla distrazione cronica. Un po’ per il fatto che il lavoro che svolgo a tempo pieno – la studentessa – richiede di sedersi alla scrivania e concentrarsi per tempi abbastanza lunghi da nuocere alla salute e un po’ perché soffro della sindrome da eccesso di immaginazione, ho dovuto trovare un espediente che mi tenga incollata alle righe stampate sui fogli, impedendomi di sentire il rumore delle gocce sui vetri quando piove, o dei respiri dei vicini in biblioteca, o delle onde sismiche del pavimento palesemente irreali. In tutti quei casi, la musica, quella che ti perfora e monopolizza le regioni più remote del cervello, ha il potere magico di invocare la concentrazione. E la concentrazione, genuina e profonda, invoca a sua volta la spinta verso la scoperta e il desidero di indagare. Per la maggior parte del mio tempo di norma mi sforzo di ricreare questa condizione, anche se la lista di fallimenti è abbastanza lunga.

La seconda occasione in cui le onde sonore si rivelano utili è strettamente legata allo sforzo di gestire quella percentuale di sociopatia di carattere che ho imparato ad accettare, e che ogni tanto mi ricorda che ho bisogno di spazi di solitudine e riflessione personalissimi. Col tempo, e una serie di fallimenti (si, ancora loro) ho accettato il fatto che non ha senso fuggire dal mondo, e al contrario vale la pena cercare di scoprirlo, anche perché di norma rivela sorprese interessanti. In quelle occasioni, però, quando l’esigenza di premere stop si fa sentire un po’ più forte del dovuto, ho scoperto nelle vibrazioni di violoncello un effetto terapeutico inaspettato, e una capacità di connessione introspettiva sorprendente.

La terza ragione ha a che fare con sentimenti rari ma preziosi: la gioia e la sorpresa. Anche se la maggior parte del mio tempo è impegnato nell’odiata frenesia di quell’entità scomoda chiamata “esistenza nel mondo”, a volte capita che un dettaglio attiri la mia attenzione. Può essere una sfumatura di tramonto, uno sguardo complice, una giornata sfiancante, può essere qualsiasi cosa e può capitare in qualsiasi momento. Ma a volte succede. E quando succede di norma mi ritrovo a commuovermi. Per commozione intendo uno stato di agitazione emozionale, positivo o negativo che sia, che di solito ha come effetto collaterale di farmi innamorare non so nemmeno io di che cosa, ma potrebbe essere verosimilmente approssimato al “mondo e i suoi scomodi inquilini chiamati umani”.

Le ragioni per cui mi sono dilungata sulle circostanze che mi spingono ad accompagnare alcuni momenti delle mie giornate con delle colonne sonore, spiegano abbastanza efficacemente l’origine di questo spazio virtuale, che aspirerebbe a diventare un blog. Per il semplice motivo che gli scritti di norma rivelano molte più cose del proprio autore di quanto egli stesso non sappia fare, normalmente qui non mi divertirò a raccontare le mie peripezie, tranne in alcune rare occasioni.

Questo blog non nasce oggi ma qualche anno fa. All’inizio era un’idea che mi sembrava troppo ambiziosa per poter essere messa in pratica, poi ho avuto il coraggio di farlo nascere ma è finito ben presto sotto la pila delle innumerevoli cose da fare prima di potergli dedicare del tempo, e si è trasformato in un grande fallimento (sempre lui). Tuttavia, non ha mai perso la sua voce – che in realtà è straordinariamente simile alla mia stessa voce – e ogni tanto si divertiva a chiamarmi e chiedermi di occuparmi di lui.

Ultimamente il bisbiglio che avevo imparato ad ignorare ha deciso di alzare il volume della sua voce e, alla fine, ho ceduto alle sue pressioni. Sarà per il viaggio in Kenya che farò tra poco e che sento di dover raccontare, sarà perché uno dei sogni del mio cassetto era fare la reporter, sarà perché ogni tanto mi ripeto di mollare tutto e andare chissà dove, sarà perché farei meglio a smettere di cercare dei motivi e scrivere e basta.

Per tutte queste ragioni, il mio auspicio è che cliccando sulla Pecora Albina (c’è un motivo anche per il nome ma me ne occuperò più avanti), le persone possano ricreare e vivere uno di quei momenti che a me piace chiamare “istanti di musica”, e possano leggere e trovare un consiglio (di solito sono più brava a dare consigli negativi ma farò del mio meglio), un’ispirazione, in cui possano arrabbiarsi identificandosi nelle parole o negli aneddoti, e in cui possano commuoversi.

Probabilmente gli articoli a prima vista non avranno il minimo senso logico, né la minima connessione. Indagando un po’ più a fondo però si potrà trovare un filo comune, riassumibile in una parola che ho fatto fatica ad accettare ma che in realtà rappresenta la chiave per tante, troppe, tutte le cose. UMANITA’. In ogni sua sfaccettatura.

 

Latest comments
  • Solo una parola: Geniale! Ti auguro tutto il meglio da questa nuova ” avventura” e Da tutte quelle che verranno… Di cui Leggeró sicuramente piÙ che volentieri. Brava Ari!

  • La cura a quell’odiata frenesia di quell’entità scomoda chiamata “esistenza nel mondo” tu la conosci.
    E lo stai dimostrando in questi giorni.
    La meraviglia non è raggiungere una meta ma percorrere la strada della realtà esattamente per quella che è.
    Buon viaggio Arianna.

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