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Ci sono cose che si realizzano completamente solo quando si torna. Nella propria casa, con le proprie abitudini, le stesse abitudini che un po’ ci mancavano quando eravamo là, e che ci sembrano così inutili quando le riprendiamo. Ci sono cose che si realizzano quando torniamo nel contesto dove siamo cresciuti. Perché arriva un momento in cui dobbiamo accettare l’idea che, anche se con quei bambini ci sentivamo un po’ a casa, anche se abbiamo permesso che quell’universo ci assorbisse completamente, la realtà è che veniamo da un mondo diverso. Abitiamo in un mondo che funziona con regole che là non solo non valgono, ma nemmeno esistono. Al mio ritorno questa rivelazione mi ha colpito come uno schiaffo più forte del previsto. Sapevo sarebbe stato strano tornare dopo quello che avevo visto, fatto, sperimentato, dopo le innumerevoli conversazioni, ma non immaginavo che sarebbe arrivato un momento in cui tutti i pezzi di puzzle che avevo collezionato in un mese si sarebbero naturalmente assemblati, mostrandomi nient’altro che la realtà. Brutale, potente, viva. Quella stessa realtà con cui ero a contatto mentre ero a Nairobi, ma che non riuscivo a vedere completamente. La baraccopoli è l’esempio più lampante del paradigma per cui il luogo

  Quello di oggi è un esercizio. Un po’ come quelli che ci ostiniamo a ripetere in palestra e, esattamente come gli odiati pesi o le macchine della sala attrezzi, il suo scopo consiste nell’obbligare noi stessi a metterci in discussione, forzando i nostri limiti e, chissà, magari anche superandoli. L’occorrente? La disponibilità a perdere qualche minuto – nient’altro, nessun attrezzo, nessuno sforzo fisico. Regole di svolgimento? Ogni volta che, leggendo il post, incontrerete una linea orizzontale, provate a chiudere gli occhi e visualizzare un’immagine o, se non siete dei creativi,  fermatevi  solo a pensare. [eltdf_dropcaps type="normal" color="black" background_color=""]N[/eltdf_dropcaps]elle ultima settimane mi è capitato spesso di pensare alla natura del tempo. Che cos'è il tempo per l'uomo che trascorre la propria esistenza nel quotidiano? Esiste un'interpretazione di tempo assoluta, valida per tutti gli uomini?   Se dovessimo rappresentarlo su un foglio di carta il tempo nella vita quotidiana di una persona qualunque assomiglierebbe a una successione si segmenti finiti, i cui puntini rappresentano gli appuntamenti, gli orari di lavoro, i momenti di svago, i momenti di sonno, i momenti di pausa pranzo, i minuti necessari agli spostamenti. Per gli stakanovisti i puntini sono estremamente ravvicinati, lottano l'uno con l'altro per guadagnarsi i pochissimi spazi di tempo libero,

Thomas Amunga, preside della scuola elementare Claires Primary School di Alice for Dandora nella baraccopoli di Dandora, è una di quelle persone capaci di correre il pericolosissimo rischio di avere un sogno. E la grandissima faccia tosta di credere di poterlo realizzare. Pelle color ebano, portamento signorile, Amunga quando parla si muove con delicatezza e straordinaria calma. I suoi gesti tranquilli ed eleganti tradiscono una consapevolezza profonda e una tranquillità quasi disarmante, in puro e semplice contrasto con la vivacità dei bambini della scuola e il disordine della baraccopoli. In uno dei primi incontri con noi volontari ci racconta che quando era bambino era costretto a lavorare per portare a casa qualche scellino per la famiglia. Nel frattempo però, non ha mai rinunciato a prendere la sua cartella tutti i giorni e andare a scuola, facendo i compiti dopo le giornate sfiancanti di lavoro, di nascosto, non facendosi vedere. Perché in quell’universo la scuola è l’ultima della priorità; prima bisogna inventarsi un lavoro per portare una porzione di ugali in tavola. Mentre ci racconta del suo passato ho l’impressione che non smetterà mai di parlare. Probabilmente per il fatto che ha visto, vissuto, combattuto talmente tante cose che per lui raccontarle

Dopo aver passato un po’ di tempo nella giungla stradale di Nairobi, il modo in cui poter sopravvivere più o meno indenne e senza ritardi che superino numeri a doppia cifra – e sto parlando di ore – diventa uno di quei pensieri fissi che ti perseguiteranno almeno per il resto della permanenza nel paese. Senza escludere che continuerà a farlo anche di ritorno in madrepatria. In queste occasioni, decisamente sconfortevoli per un occidentale che ha sempre vissuto in una bolla di sicurezza e cartelli stradali, la prima regola da non dimenticare per nessuna ragione è che, indipendentemente dal mezzo in cui sei seduto e dalle precauzioni che hai preso, ci sarà sempre un imprevisto che non avevi considerato, un dettaglio che ti è sfuggito, una situazione assurda che la tua mente non è riuscita a concepire. In poche parole, il traffico avrà sempre la meglio su di te. Dimenticarsi di questa regole equivale a interpretare il ritardo che accumulerai come una sconfitta, e questo, oltre ad avere effetti negativi sull’umore e ripercussioni indelebili sulla salute psicofisica, va controcorrente rispetto all’interpretazione africana del tempo, estremamente dilatato fino a volatilizzarsi, senza orologi o scadenze. Indipendentemente dal mezzo in cui sei seduto e dalle

A Nairobi la strada è un mondo incredibile capace di ipnotizzare qualsiasi occhio non abituato ai suoi spettacoli. La densità di persone, veicoli e oggetti regna padrona, a qualsiasi ora e in qualsiasi angolo. Le strade principali esplodono di colori e rumori, rendendo ogni tragitto una scoperta, e un vero e proprio esercizio di resistenza fisica e mentale. Le buche e i terreni dissestati sono una parte imprescindibile, quasi necessaria, della viabilità africana. Muovendosi per le periferie della città si possono vedere moltissime cose. Bambini che giocano con arnesi che la loro fantasia ha trasformato in irresistibili giocattoli. Piccole botteghe in legno e lamiera; carretti convertiti in negozi ambulanti. Le persone camminano sui cigli delle strade costantemente affollate. Vedendolo per la prima volta, cogliere il senso di questo pellegrinaggio quotidiano sembra impossibile o quantomeno richiede l’abbandono dell’idea di strada come puro e semplice collegamento tra luoghi diversi o persone. Qui la strada è un punto di riferimento, un luogo di aggregazione e di vita comunitaria. Molte persone aspettano, autobus o persone, altri camminano senza apparente destinazione mentre alcuni, impegnati, svolgono i più disparati lavori. Dal finestrino si può intravedere chi taglia la legna o affetta canne da zucchero, venditori di mobili

02/07/2016 I viaggi rientrano in quella categoria di cose per cui vale l’identità tra realtà e realizzazione. Non esistono realmente fino a quando non ti ci sei buttato a capofitto. Per renderli reali, non basta riempire la valigia fino a farla scoppiare, non basta trasformare un quaderno in un diario di viaggio scarabocchiando sulla copertina la data e la destinazione del biglietto aereo. E non basta nemmeno prenotare un biglietto aereo. Per fare in modo che quelle sette lettere acquistino il significato eternamente raccontato da generazioni e generazioni di uomini, tanto da spingerci a sceglierlo come tema di tesina di elementari, medie e perfino superiori – perché si sa, il viaggio è un tema interdisciplinare – bisogna trovarcisi in mezzo. E attribuire a quell’istante in cui i polmoni inalano aria e fragranze mai respirate, nuove, sconosciute, l’etichetta “REALTA’”, ora e adesso. Fantastico sui significati dei viaggi sul volo Abu Dhabi-Nairobi, e ancora ho l’impressione di essere nella mia stanza. L’aria condizionata, dopotutto, è la stessa. Non realizzo ancora con esattezza il motivo che mi ha spinto a dedicare una giornata intera nel tentativo di preparare una valigia degna di essere chiamata tale, stilando una lista e spuntandola per controllare che ci fosse