Siamo i ventenni. Siamo abbastanza grandi per intuire come va il mondo, ma troppo giovani per capirlo veramente. I nostri genitori ci ripetono che è il nostro turno di scrivere le regole della nostra vita, ma il problema è che l’universo, fuori dalle nostre camere disordinate, è diventato troppo complicato e nemmeno il più sofisticato degli algoritmi riesce a spiegarcelo. E i nostri genitori neppure.

Siamo la generazione delle aspettative e delle insicurezze.

Andiamo all’università per cercare di diventare abbastanza bravi in qualcosa, nella speranza di trovare il nostro posto. Siamo catapultati in un mondo in competizione, scriviamo i nostri curriculum rispettando gli standard, adottiamo le strategie che ci hanno insegnato nei workshop per valorizzare le nostre soft skills che neppure noi siamo sicuri di avere. Facciamo networking, ma non sappiamo esattamente qual è la differenza tra questa disciplina e prendersi un drink.

Siamo costantemente al verde, ma viaggiamo in tutto il mondo perché siamo nati e cresciuti con la globalizzazione, e moriamo dalla voglia di emozionarci davanti a un tramonto in qualche angolo del globo. Ogni tanto ci manca casa, ma continuiamo per la nostra strada. A casa ci torniamo a Natale, e nostra madre è sempre pronta a spedirci un pacco pieno di salumi sottovuoto, insieme al maglione di lana che abbiamo dimenticato. Perché potremmo avere freddo. I nostri ripiani del frigo sono perennemente vuoti. Siamo troppo pigri e impegnati per andare a fare la spesa, e ogni volta che ci andiamo il nostro portafoglio si prosciuga. Eppure postiamo su Instagram la foto del brunch della domenica.

Siamo quelli in their twenties, guardiamo serie tv in inglese, perché ormai è un po’ come se fosse la nostra seconda lingua. Siamo coscienti di vivere in un mondo dove se non sai almeno due lingue non vai molto lontano, ma quando vogliamo spegnere il cervello pensiamo ancora in italiano. Sappiamo che dovremmo smettere di fare maratone di Narcos o Grey’s Anatomy, e iniziare a studiare per quell’esame o quella certificazione che ancora ci sembrano lontani, ma tanto sono i primi di una lunga serie. Siamo costantemente combattuti tra le aspettative che il mondo ci chiede di soddisfare e la libertà che assaporiamo ogni volta che ci concediamo di divertirci. E adoriamo farlo, ne abbiamo bisogno, anche se a volte ci fa sentire in colpa.

Perdiamo il nostro tempo sui social network, postiamo foto nella speranza di raccogliere abbastanza “mi piace” e guadagnare un po’ di sicurezza in noi stessi, quella l’abbiamo persa nel momento in cui il mondo ci domandava troppe cose e abbiamo avuto l’impressione di non poter essere mai all’altezza. Esattamente come quando non ci sentiamo all’altezza il primo giorno di lavoro.

Vogliamo innamorarci, ma con la persona giusta. Oscilliamo tra il desiderio di indipendenza, perché a 20 e qualcosa anni si è troppo giovani e troppo dinamici per una relazione stabile, e quello di romanticismo, perché da qualche parte sappiamo che quella persona esiste e il cuore spezzato almeno una volta nella vita lo abbiamo avuto.

Siamo la generazione dei vent’anni e stiamo ereditando un mondo complicato, che i nostri genitori non capiscono più fino in fondo. Fatichiamo a trovare un posto che non ci stia troppo stretto o troppo largo, o un posto che sia solamente giusto per noi. Alla fine non chiediamo tanto. Siamo confusi, indecisi, ma dobbiamo scegliere, altrimenti rimaniamo indietro. E no, il mondo non ci aspetta.

Il problema è che per ora nessuno ci ha insegnato le regole del gioco. Il particolare che ci sfugge è che quelle regole non esistono, o meglio, non esistono regole valide per tutti e per tutto. La verità, è che dovremmo scriverle noi, e il primo passo per farlo è smettere di preoccuparci di tutte quelle aspettative che ci sembra stiano pesando sulle nostre spalle. Perché la maggior parte di quelle aspettative siamo noi stessi a imporcele. Il secondo passo è fare in modo che le regole che scriviamo ci diano un po’ più di sicurezza in noi stessi, visto che il mondo là fuori sembra divertirsi a togliercela quando meno ce lo aspettiamo.

Col tempo e dopo ennesimi tentativi ho scritto la mia lista, ogni tanto la cambio, ogni tanto la allungo o la accorcio. La tiro fuori ogni volta che le cose mi sembrano troppo grandi per poterle gestire da sola. E in un modo o nell’altro, anche se la metà delle volte non riesco a risolvere nulla, averla è un riferimento. E col tempo, sto restringendo il campo in cui vorrei trovarmi per il resto dei miei giorni.

Mi piace pensare che siamo anche la generazione della creatività, e una soluzione in qualche modo la troviamo sempre.

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