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Vita quotidiana

  Non saremmo capaci di approfittare delle vacanze se ogni mattina ci svegliassimo e la nostra agenda fosse costantemente vuota. Per quanto ci possa piacere o meno, quello che facciamo ogni giorno e riempie le nostre settimane , l’odiata routine – proprio lei – ci serve. Ci sono due ragione per questo. La prima è che in un modo o nell’ altro dobbiamo sopravvivere, tirare avanti. Potete chiamarlo come volete, ma la dura verità è che dalla routine difficilmente possiamo scappare. Possiamo renderla entusiasmante, possiamo accettarla, possiamo cambiarla, possiamo renderla meno ripetitiva. Ma di certo non possiamo farne a meno. La seconda ragione che spiega perché la routine, in fondo, non è così malvagia, è che, ogni tanto, si interrompe. Alcuni hanno la fortuna di scegliere quando uscirne, altri sono vittime delle interruzioni obbligate. Dettate dalle ferie, dal calendario universitario, dalle chiusure, dalle vacanze. E non vediamo l’ora che quelle interruzioni arrivino perché portano con un caloroso senso di libertà. Per qualche giorno, quando le vacanze arrivano, abbiamo il privilegio di scegliere completamente se fare qualcosa, che cosa fare, con chi farlo. Sembra scontato ma la libertà ha la stessa funziona di una pila nuova. Ci ridà energia, ci ricarica, rende

Se dovessi descrivere il 2016 probabilmente sceglierei la parola EMOZIONE. Un sostantivo che calza a pennello per entrambi i 2016 che ho vissuto. Il mio 2016, quello fatto delle peripezie ordinarie della mia esistenza. E il 2016 di ognuno di noi. Quello che abbiamo vissuto da ogni parte del mondo, fatto di eventi, avvenimenti, notizie. Con il 2016  la politica ha saputo muovere emozioni come da tempo non era più stata capace di fare. Brexit. Trump. Ci siamo sinceramente stupiti, forse anche indignati. Nel 2016 il terrorismo è entrato inevitabilmente nelle nostre vite, cambiando il modo in cui guardiamo al mondo fuori dalla nostra città, dalla nostra casa. Potrei elencare mille altre ragioni che spiegano perché il 2016 è stato un anno emozionante, in positivo e in negativo. Probabilmente lo farò in uno dei prossimi articoli, io stessa devo ancora mettere in ordine tutto quello che è successo e capire se tutti gli avvenimenti dell’anno che è appena passato possono dirci e insegnarci qualcosa. In questi giorni sono giunta alla conclusione che anche il mio 2016, dopotutto, è stato emozionante. Non perché abbia fatto delle cose particolarmente estreme. Il massimo di adrenalina che ho sperimentato probabilmente è stato farmi baciare a stampo

5 regole per smetterla con le finte buone intenzioni, iniziare ad avere veri obiettivi, e raggiungerli.   Manca poco meno di una settimana alla fine del 2016 e come tutti gli anni sta per arrivare il momento in cui tireremo le somme dei 365 giorni che ci stiamo per lasciare alle spalle. Molti pensano che fissarsi dei propositi sia completamente inutile. Alla fine, nessuno li rispetta veramente, sono solo un esercizio di creatività concepito mentre alziamo il nostro bicchiere scintillante pieno di spumante la sera dell’ultimo dell’anno. Con un livello di lucidità discutibile. Eppure sono sicura che ognuno di noi, a quei propositi, in questi giorni, ci penserà almeno un attimo. Ci balenerà nella mente la domanda: “Come voglio che sia il mio 2017?”. E ci ripeteremo frasi del tipo: “Dal primo di gennaio mi metto a dieta.” “Mi iscriverò in palestra”. “Quest’anno mi focalizzerò sul lavoro” “La smetterò di farmi fregare dagli uomini…o dalle donne (i guai ci sono in entrambi i casi)”. Ci rassicureremo con frasi come queste, illudendosi che possano diventare realtà. La dura verità è che sappiamo perfettamente che ci stiamo prendendo in giro. Non ci crediamo mai veramente. Lo facciamo perché in fondo un po' è divertente, perché è qualcosa che si fa, non si

Siamo i ventenni. Siamo abbastanza grandi per intuire come va il mondo, ma troppo giovani per capirlo veramente. I nostri genitori ci ripetono che è il nostro turno di scrivere le regole della nostra vita, ma il problema è che l’universo, fuori dalle nostre camere disordinate, è diventato troppo complicato e nemmeno il più sofisticato degli algoritmi riesce a spiegarcelo. E i nostri genitori neppure. Siamo la generazione delle aspettative e delle insicurezze. Andiamo all’università per cercare di diventare abbastanza bravi in qualcosa, nella speranza di trovare il nostro posto. Siamo catapultati in un mondo in competizione, scriviamo i nostri curriculum rispettando gli standard, adottiamo le strategie che ci hanno insegnato nei workshop per valorizzare le nostre soft skills che neppure noi siamo sicuri di avere. Facciamo networking, ma non sappiamo esattamente qual è la differenza tra questa disciplina e prendersi un drink. Siamo costantemente al verde, ma viaggiamo in tutto il mondo perché siamo nati e cresciuti con la globalizzazione, e moriamo dalla voglia di emozionarci davanti a un tramonto in qualche angolo del globo. Ogni tanto ci manca casa, ma continuiamo per la nostra strada. A casa ci torniamo a Natale, e nostra madre è sempre pronta a spedirci un pacco

  Il vantaggio dei cortometraggi è che durano poco. La loro bellezza sta nello scegliere un messaggio, condensarlo e dargli potenza, cosi che possa raggiungere i nostri occhi e, si spera, i nostri cuori. Borrowed Time fa esattamente questo. Sono inciampata in questo brevissimo film, mentre mi divertivo a fare zapping su Vimeo, in cerca di qualche forma di ispirazione. Nemmeno io so ispirazione per che cosa. Probabilmente ispirazione per la vita, non fa mai male. La faccia di quel cowboy in copertina mi incuriosiva. "Avrà qualcosa di dirmi" ho pensato. Il risultato è stato che nei sei minuti successivi ho rischiato di concedermi una lacrima nel bel mezzo di una biblioteca. Anche le lacrime, in fondo, non fanno mai male. Borrowed Time è la storia di un uomo qualunque. Non sappiamo il suo nome, nè esattamente dove abiti. Sappiamo solo che è un cowboy e che aveva un padre, ed era felice con lui. A volte però la vita ci riserva delle sorprese che non vorremmo mai ricevere. A volte succede che qualcosa non va come lo avevamo previsto. Le nostre aspettative vengono sconvolte, cogliendoci impreparati. Ci colpiscono come uno schiaffo fortissimo. E ogni volta che riceviamo uno schiffo - provare per credere - l'istinto è mettersi

Ad un certo periodo della mia gioventù ho iniziato ad intuire che il mondo doveva essere un posto molto grande. Pieno di persone capaci di fare cose straordinarie. Per me che non sapevo nulla delle regole che governano il pianeta terra; parlare in pubblico era una di quelle. Più o meno a quell'età mi sono imbattuta per la prima volta in un sito web che ai miei occhi aveva dell'incredibile: TED. Lo slogan del sito? IDEAS WORTH SPREADING (idee che meritano di essere diffuse). Su quel sito ho imparato che esistono supereroi capaci di giocare con le parole e con sé stessi e in grado di instaurare una relazione complice con il proprio pubblico, facendolo divertire, e qualche volta emozionare. Mi sono sempre domandata come facessero. Come riuscivano a non diventare paonazzi in faccia? E poi i loro movimenti, cosi sciolti e rilassati. E quello che dicevano mi sembrava sempre cosi sensato e intelligente. Ma le mani non gli tremavano quando parlavano? La mia conclusione per molto tempo é stata che dovevano esistere, là fuori, degli oltreuomini e TED era un'agenzia che si occupava di metterli tutti insieme. Fine della storia. Si, perché per me parlare in pubblico = funzioni vitali sospese, nodo in gola,

Lo ammetto, sono un po' fissata con i mezzi di trasporto. Mentre ero in Kenya mi hanno stregata talmente tanto che ho deciso di inventarmi delle regole per sopravvivere nelle strade africane. (Potete divertirvi e scoprirle cliccando qui). La ragione per cui mi ritrovo spesso incantata ad osservare il sistema circolatorio che collega il mondo sono le persone che orbitano nelle vicinanze dei suoi centri nevralgici: stazioni, aeroporti, fermate. Se nella vostra mente è apparsa l'immagine della sottoscritta in un angolo di una stazione mentre osserva ossesivamente i passanti. Non temete, in realtà non succede esattamente cosi. Nella maggior parte dei casi mi trovo a fantasticare tra una fermata e l'altra della metro, o mentre aspetto che esca il gate di un volo. Con tutta probabilità vi starete domandando perchè consideri i mezzi di tasporto un fenomeno così interessante. Di solito sono sporchi, affollati, rumorosi. Una domanda ancora più legittima è per quale perverso motivo io consideri le persone che li prendono un argomento su cui spendere neuroni e tempo. Il che corrisponde più o meno a tutte le persone sulla faccia della terra. Esistono tre ragioni per le quali ho sviluppato una divertente ossessione per metropolitane, bicilette, treni, stazioni o aeroporti: 1). Le persone quando